

Se il Fondo Monetario fa fallire gli
Stati, ma l’Italia non lo sa
Di Gianni Minà
Editoriale di Latinoamerica 117 ott-dic 2011
(4/2011)
Il 2 e il 3 dicembre scorso i
presidenti e i premier di 33 paesi dell’America Latina e dei Caraibi
[praticamente, tutte le nazioni americane tranne Stati Uniti e Canada], si
sono riuniti a Caracas per dare compimento alla fondazione della Celac,
[Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños] un organismo
intergovernativo che si rifà all’idea della Comunità Europea.
L’iniziativa, che ha la sua Germania e la sua Francia
nel Brasile, prossima quinta potenza economica del mondo, nell’Argentina
di sinistra di Cristina Kirchner e nel ricco Venezuela petrolifero di Hugo
Chávez, decreta il tramonto della vecchia Osa, l’Organizzazione degli
stati americani che mezzo secolo fa Raul Roa, ministro degli esteri della
Rivoluzione cubana, definiva “il ministero delle colonie
yanqui” e che oggi Rafaél Correa, giovane presidente
dell’Ecuador, economista con un master all’Università cattolica di
Lovanio in Belgio, definisce lo “strumento di Washington per
perseguitare i governi progressisti del continente a sud del Texas”.
È chiaro che la crisi economica mondiale,
causata dagli spregiudicati maneggi finanziari dell’economia
neoliberale, ha spaventato e sollecitato un continente oggi in crescita
dopo decenni di sofferenze e vessazioni di istituti come il Fondo
monetario internazionale e la Banca mondiale. Questi organismi hanno
sempre lavorato per soddisfare solo le mire dei paesi più ricchi e
potenti, tesi ad accaparrarsi le ricchezze di nazioni piene di risorse
naturali ma condannate all’indigenza e alla repressione dalle logiche di
prestiti “inumani e impagabili”, come li definì papa Giovanni Paolo
II.
Per questo è sintomatico il
fatto che alla Celac abbiano aderito anche i rappresentanti di governi
conservatori e fino a ieri proni solo agli interessi degli Stati Uniti,
come Juan Manuel Santos, neo presidente della Colombia, uno stato che
“ospita” ben sette basi militari nordamericane, Felipe Calderón,
presidente del Messico che a breve dovrà addirittura accettare che la
lotta ai cartelli dei narcos venga diretta nel suo paese dai Seals, le
teste di cuoio della Marina americana, che recentemente hanno fatto fuori
in modo spiccio Osama bin Laden, e il cileno Sebastian Piñera,
ultraliberista, eletto addirittura presidente del nuovo organismo.
La sopravvivenza è la sopravvivenza, e il fatto
che molte di queste nazioni sudamericane stanno soffrendo un po’ meno la
crisi economica in atto nel mondo perché hanno un rapporto meno
dipendente con banche, assicurazioni e agenzie di rating nordamericane ha
certamente avuto il suo peso nella decisione di dare vita a questo
organismo. Tanto per capirci, infatti, a questo summit c’era anche Raúl
Castro, presidente di Cuba, il paese ancora sottoposto a embargo e
provocazioni varie da parte degli Stati Uniti per avere scelto,
cinquant’anni fa, di governarsi con una sorta di socialismo caraibico e
di essere quindi un cattivo esempio per tutte quelle nazioni nel
continente sfruttate e depauperate per decenni dalle multinazionali del
nord e che, ancora recentemente, sono state obbedienti nell’accettare il
famoso Alca, trattato di libero commercio con gli Usa, che le fa ancora
penare per restituire i debiti e recuperare uno straccio di sofferta
autonomia.
Forse è per questa realtà, che
smentisce molte delle certezze del mondo capitalista, del mercato, che la
quasi totalità degli organi di informazione italiani hanno nascosto o
addirittura ignorato, la notizia della nascita della Celac.
Come avrebbero potuto spiegare, infatti, dopo aver
cantato senza ritegno le lodi dell’economia globalizzata e la favola del
mercato che si autoregola, che queste realtà nascondono una cinica
fregatura?
I nostri media sono arrivati al
punto di sottolineare come notizia rassicurante quella che il Fondo
monetario avrebbe intenzione di “aiutare” con un prestito la
sofferente Italia di Monti. Dimenticano, però, che questo organismo, nato
come la Banca mondiale a Bretton Woods [New Hampshire] nel 1944 per
sovrintendere alla bilancia dei pagamenti fra stati dopo il fallimento del
cosiddetto “Gold standard” [la convertibilità in oro di tutte le
banconote circolanti, complice di un sistema che precipitò l’economia
planetaria in due guerre mondiali] ha guadagnato una fama nefasta. La fama
di aver annientato, a causa di debiti impagabili, tutte le nazioni dove,
chissà perché, era stato richiesto il suo intervento.
Un primato rotto recentemente soltanto da nazioni
latinoamericane come il Brasile di Lula o l’Argentina dei Kirchner, che
hanno semplicemente detto, a un cero momento, “Adesso pagheremo quando
potremo farlo” e, in pochi anni l’hanno fatto, avvisando poi i
funzionari dell’Fmi, ancora impegnati, come Totò quando cercava di
vendere la Fontana di Trevi, a proporre a queste nazioni presunti affari e
- soprattutto - altri prestiti: “Con voi il discorso è chiuso, non
vogliamo più vedervi da queste parti”.
La realtà poi è ancora più grottesca se si considera
che, per esempio, come esperto di geopolitica latinoamericana, giornali
progressisti come La Repubblica e l’Espresso, o come lo stesso El
País in Spagna, scelgono l’ex direttore esecutivo della Banca
mondiale, Moisés Naím, l’economista venezuelano che quando era
ministro dell’industria e del commercio dell’imbarazzante governo di
Carlos Andres Perez fu tra i responsabili, nel 1989, del
caracazo, protesta di piazza contro le privatizzazioni selvagge
repressa nel sangue con più di 500 morti. I suoi articoli, sempre avversi
ai protagonisti del rinascimento dell’attuale America latina
progressista, sono capaci di sostenere che non bisogna plaudire Lula, che
ha portato il Brasile a essere quello di oggi, ma semmai gli incredibili
successi del povero presidente messicano Felipe Calderón, creatura
politica degli Stati Uniti, che nei suoi quasi sei anni di governo e di
presunta guerra ai cartelli della droga, ha già messo in fila 50mila
morti [quanto il conflitto in Iraq] e l’assassinio di una trentina di
giornalisti.
Credo che in questo
atteggiamento sia palese un grande equivoco: quello sulla capacità del
modello politico neoliberale di salvare il mondo, o anche soltanto di
tirarlo fuori dall’attuale corsa verso il nulla. Anche se pervicacemente
perfino l’informazione che fu progressista cerca pateticamente di
dimostrare che il mercato metterà tutto a posto.
Nel 1989 è imploso, per i suoi fallimenti, il
comunismo. Adesso sta vivendo lo stesso destino il capitalismo. Solo che
non si ha il coraggio di dirlo o non si permette di sottolinearlo, di
farlo sapere e di porre riparo a questa deriva, perché sennò si perdono
copie o punti di rating.
Tutto questo è pericoloso e triste, perché con questo
andazzo, che si è limitato a proteggere banche, banchieri e nazioni
potenti, non si va da nessuna parte se non verso pericolose stagioni di
scontro e di ribellione. Guardate l’Italia: lo stesso Monti,
condizionato della vecchia politica e sicuro solo dei consunti metodi del
neoliberismo, non ha saputo far pagare i guasti economici a chi li aveva
causati o, con i suoi modi di essere [evasione fiscale, corruzione
eccetera], ne era responsabile. Perché dovremmo credere che adesso possa
cambiare qualcosa, non avendo avuto il coraggio di girare pagina e di
battere nuove vie, più eque e più sociali, per assicurare a tutti, ma
proprio tutti gli esseri umani, il diritto di vivere?
Contro Cuba il
solito, triste mercato Usa dei diritti umani
Il meccanismo è sempre lo
stesso, lo ha inventato l’ex Presidente nordamericano Ronald Reagan
negli anni Ottanta e, come ha spiegato il premio Nobel per la pace
Rigoberta Menchú, si tratta di un vero e proprio “mercato dei diritti
umani”. È basato sulla costruzione mediatica di un incidente, uno
scandalo, spesso falso, per gettare discredito su un obiettivo strategico
per gli Stati Uniti - nel caso particolare, come altre volte, la
Revolución cubana - e poi tenere in piedi questa tensione
finché è possibile o l’accusa, col tempo, non crolla per
inconsistenza.
Nel
2010 la campagna dopo la morte in carcere del discusso dissidente cubano
Osvaldo Zapata a seguito di uno sciopero della fame durò quasi sei mesi,
con grande dispendio di fondi pubblici Usa, e poi, non essendo riuscita a montare il
discredito internazionale sperato, finì da un giorno all’altro, senza
alcuna spiegazione.
Nel
maggio 2011 fu montato, invece, il caso di Juan Wilfredo Soto, un altro
presunto dissidente morto, questa volta, “per le percosse della
polizia”. Ma il caso si smontò in un paio di giorni, dopo che perfino i
suoi parenti più stretti testimoniarono ai media di tutto il mondo che il
loro congiunto era stato ben curato ed era morto per le conseguenze di una
pancreatite e di un’insufficienza renale.
Certo, è disdicevole e assolutamente
inaccettabile che un cittadino di un paese decida, quale che sia il motivo
della sua protesta, uno sciopero della fame e non si sia in grado di farlo
desistere prima che muoia.
Ma
il “nuovo” caso di questi giorni, quello della morte per polmonite di
Wilman Villar, un presunto dissidente cubano della provincia di Oriente
condannato, secondo la nota ufficiale del governo, a 4 anni per
“oltraggio, attentato e resistenza”, ha tutte le caratteristiche per
sembrare qualcosa di già visto e sentito e per farci domandare perché,
anche nell’epoca del Presidente Obama, il governo di Washington continui
a tormentare Cuba e a credere di poter risolvere, con i soliti mediocri
metodi, la cinquantennale sconfitta finora subita nel tentativo di piegare
la Rivoluzione ai propri obiettivi riguardo all’America Latina.
Non è solo importante
verificare se, come pare insmentibile, Villar sia finito in carcere e poi
condannato a 4 anni per aver aggredito sua moglie, provocandole lesioni al
viso [tanto che a chiamare la polizia era stata la suocera] e per avere,
successivamente, resistito all’arresto aggredendo gli agenti della Pnr [Policía nacional
revolucionaria].
È
triste, però, constatare che i dissidenti a Cuba, veri o falsi che siano,
continuano a essere, mezzo secolo dopo, ancora merce in mano a gruppi che
ne fanno traffico e che, in modo macabro, cercano di sfruttare perfino il
disagio dei più fragili. Sembra infatti che a Villar, che si era
avvicinato in carcere alla dissidenza, avevano fatto credere che
l’eventuale appartenenza a gruppi controrivoluzionari gli avrebbe
assicurato aiuti esterni nella sua lotta contro la condanna.
Quello che risulta insopportabile, però, è che,
per esempio, il 2 novembre scorso, negli uffici del Dipartimento di stato a
Washington, abbia avuto luogo, secondo quanto hanno affermato i mezzi
d’informazione di Miami, una riunione tra Peter Brennan, direttore
dell’ufficio che, nel ministero degli esteri Usa, si occupa di Cuba, e
il presidente del Movimento Democrazia, Ramón Saúl Sánchez,
erede, nelle operazioni contro l’isola, della famigerata Fondazione
cubano-americana di Miami. In questa riunione Brennan avrebbe dato il
suo via libera a un’azione dimostrativa da tenersi il 9 dicembre 2011,
giorno in cui una flottiglia di piccole navi avrebbe messo in piedi
un’iniziativa di disturbo basata per tre ore sull’emissione di luci e
fuochi d’artificio con slogan visibili non solo da l’Avana, ma anche
da Pinar del Río e da Matanzas, con l’obiettivo [pur avendo avuto dalla
Casa Bianca la raccomandazione di non sconfinare nelle acque territoriali
cubane] di creare tensioni, disturbi alla navigazione aerea e inquietudine
in una parte della popolazione.
Non
ha importanza che poi, date le pessime condizioni del tempo, questa
buffonata non abbia avuto luogo. Quello che ci domandiamo è cosa sarebbe
successo se la provocazione fosse avvenuta al contrario e fosse stata
un’entità cubana a disturbare la sicurezza magari della Florida, o
perché questi dispetti da infanzia capricciosa debbano tornare in auge,
come ai tempi in cui gli Stati Uniti tentarono di far subire alla
popolazione dell’isola la propaganda di Radio e Tele Martí,
un’iniziativa costosa ma finita nel ridicolo.
Tutto questo a che cosa serve? Forse a far
reputare Cuba ingombrante dalla nascente Comunità degli stati
latinoamericani e dei Caraibi [Celac]? Crediamo che Hillary Clinton sappia
perfettamente quanto il vecchio assetto dell’America latina sia
tramontato e come il continente stia irrimediabilmente con Cuba.
Anche se la realtà politica è mutata dai tempi di
Bush jr, pronto a stanziare nel 2008 150 milioni di dollari “per
cambiare faccia a Cuba”, evidentemente gli Stati Uniti di Obama
continuano a credere, come ho detto, in questo modo triste di fare
politica e di cercare di cambiare un contesto dove falliscono da 50 anni.
Non a caso, anche per questo 2012 di crisi totale il governo di Washington
ha trovato oltre 20 milioni di dollari per tentare di destabilizzare la
Rivoluzione. Lo ha scritto recentemente Eva Golinger, prestigiosa
giornalista e avvocato con doppia cittadinanza venezuelana e
nordamericana, con studio a New York, citando alcune notizie desecretate
da Wikileaks, dove viene svelato che la logica degli Stati Uniti
è quella di sovvenzionare, come negli anni Cinquanta, opposizioni di
paesi governati da leader non approvati dalla Casa Bianca. Nel caso più
recente si tratta di 5 milioni di dollari a chi, in Venezuela, si oppone a
Chávez e i già citati 20 milioni a chi dovrebbe creare confusione,
dissenso o quanto meno antipatia nei confronti della Rivoluzione cubana
.
Ma anche stavolta i soldi sembra siano stati spesi
male, perché la storia di Villar si è sgonfiata dopo appena 48 ore [dal
20 al 22 gennaio 2012].
In Italia, per esempio, ha
voluto crederci solo Pierluigi Battista sul Corriere della sera,
dimenticandosi perfino che, nel nostro democratico paese, nel 2011 ci sono
stati 65 suicidi di detenuti nelle carceri, pur non essendoci al governo la
deprecata Rivoluzione cubana. Forse è proprio perché l’opinione
pubblica italiana, più che disinteressata è stufa di tanto vuoto cabaret
che, deludendo Pigi, non reagisce come lui vorrebbe quando si affronta il
tema Cuba.
Fare il giornalista è un
mestiere che richiederebbe pazienza certosina per verificare quello che si
afferma. Evidentemente quando Battista afferma stronzate tipo: “la
Rivoluzione cubana ha mietuto in termini numerici più vite umane del
regime di Pinochet”, o è in malafede o deve fare un “inchino” a
qualcuno, o non ha avuto il tempo che hanno avuto comunicatori e
cineasti prestigiosi come Michael Moore [Bowling a Columbine,
Fahrenheit 9/11, Sicko], Oliver Stone [Platoon,
Jfk, Nato il 4 di luglio, …] vincitore di 9 premi Oscar
e autore di due documentari su Fidel Castro, o Steven Soderbergh [Erin
Brockovich, Traffic, Ocean 11,12 e 13] e autore, tra
l’altro, di due onestissimi e pregevoli film sulla vita di Ernesto
Guevara, che, quando hanno affrontato il tema Cuba, lo hanno fatto,
controllando fino all’esasperazione l’indiscutibilità della loro
versione dei fatti, con una serietà sconosciuta all’ex-comunista
Pigi.
D’altronde basterebbe domandare alle Agenzie
dell’Onu sulla sanità,
sull’educazione, sulla cultura, sull’ambiente e perfino sulla
protezione civile, per sapere, al netto della propaganda di Usaid e Ned [agenzie della Cia], quale sia l’opinione che il mondo ha di Cuba,
pur senza sottostimare errori e contraddizioni della
Rivoluzione.
Insomma, il problema non è
solo nei metodi scelti dai vari governi degli Stati Uniti quando hanno
deciso che un paese è diventato fastidioso e non conveniente alla propria
economia o alla propria supremazia politica, il problema sta anche
nell’onestà intellettuale dei media, quindi dei giornalisti.
A
novembre mi è capitato di leggere su l’Espresso, nella sezione
dedicata al mondo, una lunga notizia titolata “È calato il gelo tra
Castro e Obama”, dove, con molta circospezione, si affrontava il
problema della carcerazione a Cuba del cittadino nordamericano Alan Gross
“un contractor dell’agenzia Usaid [senza spiegare cos’è l’Usaid, ndr] condannato a
l’Avana a 15 anni per crimini contro lo Stato. L’accusa è di aver
installato reti internet clandestine per i dissidenti del regime, mentre
gli Usa sostengono [e l’Espresso sembra crederci, ndr] che
l’obiettivo di Gross era quello di aiutare la comunità ebraica
dell’isola” [che invece sull’argomento ha preso le distanze].
L’Espresso poi spiega [si fa per dire] il secondo caso che
avrebbe “gelato” le relazioni fra Barack Obama e Fidel Castro [di cui
si dimentica però di segnalare che da 6 anni fa il pensionato a casa
sua…]. È la storia di René Gonzáles, “una spia cubana [controllava
gli anticastristi a Miami] liberata dopo 13 anni di detenzione, e che
dovrà rimanere in Florida per i prossimi 3 anni in libertà condizionata.
Una sentenza che ha scandalizzato Cuba perché espone Gonzáles alle
ritorsioni dei nemici”.
L’Espresso in questa nota
dimentica di dare alcune fondamentali indicazioni per capire non solo cosa
si cela dietro alla notizia, ma anche chi ha ragione in questa diatriba, al
di là del fatto che, per molti colleghi, gli Stati Uniti, per principio,
sono sempre nel giusto.
Allora:
1]
René Gonzales è uno dei cinque agenti dell’intelligence cubana che,
alla fine degli anni Novanta furono infiltrati in Florida e smascherarono
le centrali terroristiche che da lì preparavano e realizzavano attentati
a Cuba. Nel corso degli anni le vittime sono state più di tremila,
grossomodo quante quelle delle Torri gemelle.
2] I
cinque fecero un buon lavoro, tanto che il governo de l’Avana si vide
costretto a segnalare per via diplomatica a quello di Washington che
queste centrali del terrore sul suo territorio erano pericolose anche per
gli Stati Uniti, e che i faldoni con le prove raccolte erano a
disposizione dell’apparato di sicurezza dell’allora Presidente
Clinton, che inviò a Cuba tre funzionari dell’Fbi a cui fu consegnato il
materiale. Ma invece di andare ad arrestare i terroristi, Washington
decise di arrestare chi aveva scoperto i criminali.
3] Alla fine degli anni 90 un
processo farsa a Miami [che, come hanno poi affermato insigni giuristi,
doveva essere annullato per legittima suspicione e tentativo
provato di condizionare i giudici] si era chiuso con condanne a pene
tombali per i cinque cubani.
4] La Corte di appello di
Atlanta, che ha giurisdizione su Miami, aveva annullato il processo in
questione, mentre Alberto Gonzales, ministro della giustizia del
subentrato Presidente George Bush jr, faceva pressione per portare da tre
a nove i giudici d’appello e rivedere la sentenza. La questione era
finita inevitabilmente alla Corte Suprema, che però si era rifiutata di
intervenire, praticamente esautorando la corte d’appello di
Atlanta.
5] I giornali e i network tv nordamericani ignorarono
fino al limite del possibile questa storia inquietante, poi un gruppo di
intellettuali e persone di buona volontà, con in testa Noam Chomsky
[“il più prestigioso intellettuale del mondo”, come lo ha definito il
New York Times] e, fra gli altri, l’ex ministro della giustizia
Usa Ramsey Clark, il vescovo
di Detroit Thomas Gumbleton e il premio Nobel per la pace Rigoberta
Menchú, decise di acquistare una pagina proprio sul New York
Times, pagandola 60mila dollari, per far conoscere questa storia
ripugnante ai cittadini della nazione bandiera della libertà di
espressione del mondo occidentale.
Quando si dice
democrazia e si giura di agire in difesa dei diritti umani. Ci vuole una
bella faccia tosta.
David Angeli, un nostro lettore che, per la sua competenza sulla storia
dell’America latina, ma anche per la sua ironia, si è guadagnato il
diritto di pubblicare su questo numero della rivista un interessantissimo
saggio sui 500 anni della colonizzazione culturale del continente, ci ha
provocato, quando ha offerto il suo articolo, con un post scriptum
molto accattivante: “Se non dovesse interessarvi il mio lavoro,
vorrà dire che proporrò a Yoani Sánchez un articolo sul fatto che la
mancanza di lacci fucsia per le scarpe e di orsetti gommosi a Cuba sia
un’imperdonabile colpa della Rivoluzione”.
Il suo saggio “Piedras que son dioses [Pietre
che sono dèi, ndt]” vale la pubblicazione per la sua profondità
storica, ma anche per il merito di offrire l’occasione a questo giovane
intellettuale di segnalare come le rituali note di malumore della
bloguera cubana, incapace di leggere anche solo un dettaglio
positivo nelle scelte della Revolución, rappresentino la
barzelletta dell’interpretazione di un paese.
Yoani Sánchez, infatti, è molto conosciuta
all’estero ma poco in patria, un po’ come succede ai “soliti”
dissidenti cubani, secondo il parere dello stesso Jonathan Farrar, capo
dell’ufficio di interessi degli Stati Uniti a l’Avana che [come ha
recentemente rivelato Wikileaks, pubblicando la sua
corrispondenza col Dipartimento di Stato] non ha nessuna fiducia
nell’efficacia politica della dissidenza tradizionale, pur foraggiata
generosamente da decenni proprio dall’ufficio che lui ora sovrintende.
Farrar è così scettico da proporre al dipartimento di Hillary Clinton di
provare magari a dare ancora più sostegno alla giovane bloguera.
Vedessi mai il cambio generazionale potesse funzionare.
Quasi tutti i media italiani, ovviamente, hanno
eluso questi particolari dei temi che Wikileaks ha svelato.
Penso, da vecchio cronista che in molti casi si tratti dell’inguaribile
e patetica abitudine di non disturbare le strategie convenienti agli Stati
uniti d’America e a quel mondo, il nostro, che spesso di queste imprese
è costretto a essere complice, se non vassallo, come per le guerre in
Medio Oriente, irrisolte dopo più di 10 anni, o per la “storiaccia”
di Gheddafi.
Insomma, l’ennesimo caso di colonizzazione politica, che fa
seguito, in Sudamerica, a quella spagnola e portoghese e poi a quella più
recente, dell’economia neoliberale.
La realtà è sempre più grottesca se si considera che, dopo la
crisi innescata dalla criminale finanza speculativa degli Stati Uniti, a
rischiare di più il baratro è l’Europa. Messa al muro, oltretutto, da
meccanismi come le agenzie di rating cinicamente pilotate proprio
dal capitalismo Usa che mira
ad atterrare l’euro.
Ed
è significativo, poi, rilevare che i paesi capaci in qualche modo di
salvarsi sono il Brasile avviato a essere la quinta potenza economica del
mondo, l’Argentina che dieci anni fa stava per fallire e si è salvata
quando ha messo alla porta quelli del Fondo monetario, il Venezuela che
nazionalizzando il petrolio trova le risorse per resuscitare un’umanità
che prima di Chávez non era iscritta nemmeno all’anagrafe, la Bolivia e
l’Ecuador che riscrivono Costituzioni dove chi offende la natura è
punito come chi violenta un essere umano, e perfino Cuba che,
cocciutamente fedele al socialismo, ha un Pil che cresce [+2,4%] più di quello dell’Italia [+
0,8%], ancora per poco una delle componenti del G8.
Chi ha per anni ridicolizzato Cuba, presuntuosa
isola dei Carabi che voleva governarsi con la cultura e senza il culto del
mercato, dovrebbe forse avere ora qualche perplessità, specie considerando
che questa America Latina che opta per un’economia più sociale ed equa
è stata, per sua stessa ammissione, influenzata dall’esempio di
resistenza di Cuba.
Non
è sorprendente che non se ne sia accorta la “bloguera
antisistema” che incassa 250mila dollari di premi in due anni, solo
perché i “cattivoni” del suo governo non le hanno permesso di andare
personalmente a ritirarli, come volevano gli organizzatori di quelle
kermesse.
È
scandaloso davvero che non se ne siano accorti i cosiddetti operatori
della comunicazione del mondo occidentale, pronti a seguire le appendici
della Cia come Usaid o Ned in ogni loro campagna contro Cuba. A questi
cronisti, d’altra parte, è sfuggito anche che ad Haiti, dagli Stati
Uniti, sono arrivati decine di migliaia di marines ma non gli aiuti
umanitari promessi, mentre invece continuano a funzionare i due ospedali
da campo inviati il giorno dopo del terremoto da Cuba, realtà
riconosciuta pubblicamente dal Presidente di quell’isola martoriata,
Michel Martelly, ma sistematicamente ignorata o elusa dai nostri
media.
È “sfuggita” anche la
testimonianza della Coordinatrice residente dell’Onu a l’Avana, che dirige le
agenzie, i fondi e i programmi delle Nazioni unite sull’isola. Barbara
Pesce-Monteiro, romana, ex allieva del liceo Virgilio, laureata in Scienze
politiche internazionali con master in Sviluppo rurale, che ha lavorato in
zone calde, prima in Colombia e poi in Guatemala, Nicaragua, Messico e
Angola, ha ricordato alcuni meriti dell’isola, come il fatto che
“tutti, nessuno escluso hanno accesso all’educazione dalla prima
infanzia e fino alle più sofisticate specializzazioni”.
Non
è da poco per un paese del Centro America, che già occupava un
prestigioso 53° posto nell’Indice di sviluppo umano, quando questo si
basava solo su dati economici, aver raggiunto, ora che l’Onu ha inserito in questo tipo di
valutazione non solo l’economia ma anche la salute e l’educazione, il
17° posto mondiale, precedendo, in America latina, Cile e
Argentina.