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Newsletter n. 24/2011
Newsletter n. 24/2011
LaRouche chiede controlli sui prezzi alimentari
Mentre i prezzi degli alimentari salgono alle stelle in tutto
il mondo, per via della riduzione della produzione e della speculazione
selvaggia sulle derrate alimentari e le materie prime agricole, il 7 giugno
Lyndon LaRouche ha lanciato un appello per misure di emergenza. "Chiediamo
controlli sui prezzi degli alimentari subito!" ha detto. È l'unico modo di
evitare il disastro, comprese le carestie, e dovrà andare di pari passo con
l'adozione della legge Glass-Steagall per la separazione tra le banche
commerciali e le banche d'affari.
"Siamo in una situazione in cui gli Stati Uniti in particolare,
e il resto del mondo, vengono spinti verso l'iperinflazione attraverso il rialzo
dei prezzi delle materie prime (alimentari e di altro tipo). C'è un solo modo
per affrontare la situazione: è inutile cercare di resistere agli aumenti dei
prezzi, bisogna abbatterli! Applicare il calmiere. Perché non c'è alcun motivo,
a causa di una carenza di cibo, di aumentare i prezzi! E se qualcuno si oppone
con l'argomento 'dobbiamo aumentare i prezzi, perché c'è una carenza. Dobbiamo
guadagnarci, o no?' gli rispondiamo Sì, ci guadagnate la galera! E abbiamo
bisogno immediatamente di controlli sui prezzi".
"Significa tornare a quello che fece Franklin Roosevelt in
circostanze simili (vedi sotto). Certo, c'era la guerra, ma oggi siamo in
condizioni di combattimento simili, in termini di forniture alimentari, e delle
condizioni di vita sul campo".
I controlli sui prezzi vanno applicati anche ad altri settori,
come l'energia, ha aggiunto LaRouche, ma bisogna cominciare dal cibo. Questa
iniziativa spazzerà via gli speculatori, garantendo adeguate forniture di cibo
alla popolazione. E se qualcuno dice che il Presidente Obama non è d'accordo e
non prenderà mai una misura simile, ha aggiunto LaRouche, la risposta è
semplice: mandiamolo a casa!
Insieme alla mobilitazione per la legge Glass-Steagall, in
discussione al Congresso USA, c'è dunque la richiesta di controlli sui prezzi
del cibo e regole per garantire le forniture.
La Germania diventa il campo di battaglia strategico
decisivo
Da quando l'arresto di Strauss-Kahn ha inceppato il meccanismo
dei salvataggi finanziari, è scoppiata una furiosa battaglia che vede ancora una
volta al centro la Germania. Ciò è stato evidente il 6 giugno, quando Angela
Merkel è arrivata a Washington per incontri bilaterali con Barack Obama.
In primo luogo, Obama si è schierato con gli interessi
anti-industriali della fazione monetarista irriducibile, affermando in
un'intervista alla stampa tedesca che "l'impegno della Germania per l'ambiente è
ammirevole, e ci sono cose che possiamo imparare da Berlino su come diventando
più verdi si può incrementare la crescita economica". Proprio quella politica
verde ha incontrato forti critiche sia in Germania che all'estero.
In secondo luogo, Obama ha tentato di far desistere il governo
tedesco dall'intenzione di esigere che le banche private condividano i costi dei
salvataggi, un'idea categoricamente respinta dal FMI, dalla BCE e altre
istituzioni monetaristiche.
Sull'energia, la Federazione Metalmeccanica Europea è una delle
istituzioni che hanno espresso grande preoccupazione che la politica
antinucleare tedesca rafforzi l'attuale politica di "protezione del clima" della
Commissione EU, e acceleri il processo di deindustrializzazione dell'Europa con
l'aumento dei prezzi energetici come necessaria conseguenza del costo e
dell'inefficienza delle fonti rinnovabili. Juergen Grossman, l'amministratore
del più grande generatore di potenza della Germania, la RWE, teme anche che
l'uscita dal nucleare costringa molte imprese a lasciare il paese in cerca di
fonti più economiche.
Sul fronte politico, il 6 giugno Arnold Vaatz, vicepresidente
del gruppo democristiano al Bundestag, ha emesso una dichiarazione pubblica che
denuncia quella antinucleare come "la decisione più disastrosa della politica
tedesca" dalla fondazione della repubblica nel 1949. Una "fonte energetica
affidabile ed economica come il nucleare", ha detto, "non dovrebbe essere
sacrificata per avventure di politica energetica" che preannunciano il disastro
per l'industria tedesca e distruggono le prospettive di tecnologia per
generazioni a venire. La CDU ora chiede una sessione speciale per rivedere la
questione.
Su basi più fondamentali, il Die Welt ha denunciato
l'influenza spirituale del filosofo esistenzialista e nazista Martin Heidegger
sull'ideologia anti-tecnologica e anti-democratica dietro l'abbandono del
nucleare suggerito al governo tedesco dal WBGU. L'articolo prende a bersaglio il
saggio La questione che riguarda la tecnologia pubblicato da Heidegger
nel 1949 per cercare di impedire la ricostruzione industriale della Repubblica
Tedesca nel dopoguerra, in cui invoca un rapporto sostenibile con la natura.
Questo può essere considerato uno dei documenti precursori del movimento
ambientalista radicale che entrò nella politica 25 anni dopo.
Italia: il golpe "democratico" contro il nucleare
Il referendum anti-nucleare che si è tenuto il 12-13 giugno in
Italia è il tipico esempio di come un moto popolare (lo "sciopero di massa" di
cui parla LaRouche) possa essere trasformato in una rivolta giacobina. In un
periodo di giusto fermento contro politiche economiche fallite, contro la
disoccupazione e la perdita di speranza per il futuro, chi credeva che il voto
potesse servire a mandare un messaggio alla classe politica è stato invece
portato a compiere una scelta catastrofica sull'energia.
Oltre il 90 per cento degli elettori che hanno votato ha
respinto il nucleare, assicurando che in Italia non se ne parli per almeno un
decennio. A urne calde, Berlusconi ha già annunciato la svolta a favore delle
"rinnovabili".
Il popolo italiano è stato raggirato e indotto a sostenere una
crociata organizzata dalla fazione anglofila il cui rappresentante di spicco è
il finanziere Carlo De Benedetti. Il referendum non è stato organizzato "dal
basso", ma dall'alto, da uno dei cavalli della scuderia dell'ingegnere, Di
Pietro. Come abbiamo spesso denunciato sul questo sito, l'agenda di De Benedetti
è di deindustrializzare l'Italia. Il fatto che egli possieda la più grande
impresa di energie rinnovabili è solo un predicato di una politica che segue
l'istinto di una specie, quella oligarchica.
In questo modo l'Italia rinuncia al progresso tecnologico
fondamentale e si condanna ad un futuro di energia scarsa e costosa. Oltre ad
essere inferiori in termini tecnici, le rinnovabili non sono sufficienti neanche
lontanamente a soddisfare il fabbisogno energetico di un paese avanzato, come sa
benissimo chi osteggia il progresso economico nel nome dell'"equilibrio" o della
decrescita. Si è approfittato del disastro naturale dello tsunami in Giappone
per disseminare falsità a non finire sull'energia nucleare, riempiendo
televisioni, giornali e manifesti elettorali con la propaganda pura. Il
risultato è stato una psicosi anti-scientifica collettiva che ora il Paese
pagherà per molti anni a venire, proprio come successe dopo il referendum del
1987, organizzato allo stesso modo.
Gli altri quesiti referendari hanno contribuito a confondere
l'opinione pubblica e a far credere che fosse un referendum per liberarci del
Cavaliere. Il quesito sull'acqua, benché poco chiaro in termini legislativi, è
stato oggetto di una forte sensibilità popolare. Questa protesta contro la
politica delle privatizzazioni però va vista come un messaggio forte ad entrambi
gli schieramenti politici; infatti spesso il Pd scavalca sia Berlusconi che
Ferrara nelle liberalizzazioni. Il vero cambiamento nelle condizioni di vita
passa per una politica di intervento statale a favore delle attività produttive
e delle tecnologie avanzate, come quello attuato da Franklin D. Roosevelt negli
anni Trenta, e non per il fanatico mercatismo dell'Unione Europea e del FMI.
L'istituto del referendum dovrebbe essere usato solo in casi
importanti come una nuova costituzione, o provvedimenti analoghi. Questo gli
italiani l'avevano capito, bocciando ogni referendum dal 1996 ad oggi. La
propaganda alla Goebbels su Fukushima li ha convinti che si trattasse di vita o
di morte. Ma quando veramente di questo si tratta, come nel caso dell'Euro e del
Trattato di Lisbona, gli organizzatori della "volontà popolare" si guardano bene
dal chiamare il popolo a votare.
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